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Dalla cronaca recente



B. Zanotti

Egr. Signor Direttore*,

dalla cronaca di Trento dell'Alto Adige (pag. 28, sabato 3 marzo 2001) si apprende che l'anno scorso, ad una Signora di 73 anni, caduta accidentalmente, non sarebbe stato riscontrato un ematoma cerebrale in tempo utile per la corretta evacuazione.
Ovviamente, non entro nel merito della vicenda in quanto non conosco gli estremi clinici e temporali di tutto l'iter diagnostico terapeutico, ma vorrei attirare nuovamente l'attenzione dei Suoi lettori sul fatto che queste deprecabili vicende nella provincia di Trento hanno un'alta probabilità di verificarsi perché manca una cultura medica ed amministrativa sulla corretta gestione del traumatizzato cranico.
Sicuramente rammenterà che anche qualche mese fa il Suo giornale riportava un'analoga notizia: "Ferito alla nuca a causa di una caduta, è stato visitato al pronto soccorso del S. Chiara da un medico del 118: è stato dimesso due ore più tardi. Il mattino successivo è stato rinvenuto cadavere nel suo letto: l'autopsia ha chiarito che aveva la base cranica fratturata" (Alto Adige, giovedì 3 agosto, 2000, pag. 19).
Un eventi isolato può verosimilmente essere iscritto nella casualità. La ripetitività dello stesso si avvicina molto alla prassi.
Nei paesi industrializzati si annoverano dai 300 ai 400 casi all'anno di trauma cranico ogni 100.000 abitanti. Nei giovani adulti la traumatologia cranica rappresenta la prima causa di morte ed invalidità. Qualcuno l'ha chiamata "l'epidemia silente" e, visionando la cronaca, non si può che concordare.
La cultura traumatologica, che, ricordiamolo, in molti paesi, ma non nel nostro, è una super specializzazione della neurochirurgia, ti pone nella condizione di conoscere le "Linee guida" sulla corretta gestione del traumatizzato cranico, ti permette di conoscere l'esistenza del cosiddetto "intervallo libero" tanto insidioso per il manifestarsi degli ematomi sottodurali ed extradurali acuti, ti permette di conoscere ed applicare quei monitoraggi che sono internazionalmente riconosciti per prevenire le lesioni secondarie nel cranioleso. Per i gestori della Sanità trentina sembrano parole al vento. Eppure le Linee guida redatta dalla Società Italiana di Neurochirurgia sono state applicate anche in altri paesi europei ponendoci così, almeno una volta, all'avanguardia rispetto al mondo anglossassone che ha sempre avuto una marcia in più sull'argomento.
Da uno studio da noi realizzato e pubblicato (Pellegrino M., Verlicchi A., Vivenza C., Zanotti B., Bricolo A.: Epidemiologia delle urgenze neurochirurgiche in Trentino. Rivista Medica 1998; 4 (1-2): 33-40), è emerso che, anche nella migliore delle ipotesi, il trasferimento di un traumatizzato cranico, per l'evacuazione di un ematoma intracerebrale presso il Neurochirurgico di Verona, impiega oltre sei ore. Troppe per prevenire o limitare i disturbi motori o cognitivi che possono svilupparsi a seguito della compressione dell'ematoma sulle strutture nobili dell'encefalo. Eppure, almeno per quanto riguarda l'ematoma extradurale, già decenni fa, il Prof. Bricolo affermava che la mortalità è praticamente tendente a zero se l'intervento è tempestivo e corretto. Tempestivo vuol dire che deve avvenire entro e non otre le due ore dal verificarsi della lesione intracranica.
Non è mio compito realizzare una difesa d'ufficio del Collega implicato nella triste vicenda della Signora, ma non bisogna essere ipocriti ed andare a cercare la causa del verificarsi di questi eventi nella ottusità di apicali ed amministratori che fanno le scelte sanitarie non in base alle necessità cliniche (emergenza ed urgenza in primo piano, compresa quella neurotraumatologica, che non può essere differita), ma privilegiano patologie, cosiddette d'elezione, che potrebbero essere tranquillamente affrontate in centri, anche fuori regione, ben più qualificati.
Il non affrontare correttamente la patologia cranio-encefalica pone molte ipoteche sui reliquati fisici e cognitivi con costi personali non valutabili in quanto sempre troppo elevati, ma con costi che comunque gravano sulla comunità per importi non indifferenti. La degenze in una Terapia Intensiva Neurotraumatologica si aggira su L.1.000.000 al giorno, mentre la gestione in cronico di uno stato vegetativo, in un recente studio italiano in via di pubblicazione (Voltazza, Verlicchi) è stato quantizzato in oltre L.130.000.000 all'anno. All'ora, ammesso che della salute dei propri concittadini agli amministratori interessi in modo marginale, almeno interpellino un buon ragioniere che sappia far di conto e faccia comprendere come e dove si può risparmiare, prevenendo, in traumatologia cranica. La portata di queste problematiche è stata ben compresa da Claudio Podbersig, Presidente dell'Associazione Disturbi Cognitivi Acquisiti, con sede nazionale a Rovereto, che, però, mi pare una voce nel deserto.

La ringrazio per l'attenzione.

* Inviata al quotidiano Alto Adige e mai pubblicata.

 

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